Le antiche scuole bauddha

Si definisce bauddha quell’insieme di antichi indirizzi di pensiero, tutti espressione del Buddhismo Indiano, ricollegabili da una parte all’ insegnamento del Buddha e che, dall’altra, sotto molti aspetti, potrebbero apparire anti-religiosi, almeno secondo il concetto di religione che noi abbiamo tradizionalmente in Occidente.

Queste scuole così diverse tra loro, hanno tuttavia in comune:

  • la svalutazione del rito in sé stesso
  • la negazione di un Dio personale (Isvara)
  • l’esistenza di un “sé permanente” destinato a sopravvivere alla morte o attraverso il raggiungimento della liberazione (illuminazione) o trasmigrando di vita in vita (samsara – ciclo delle morti e delle rinascite).
  • l’insistenza sull’impegno personale per l’attingimento della salvezza liberatrice, che non dipende astrattamente da una grazia concessa dall’alto, ma consiste invece in un percorso di consapevolezza personale che parte dal basso, dal singolo individuo
  • l’omaggio alla figura del Maestro (il bhagavat)

Il Buddhismo Indiano, pertanto, si compone fin dalla sua origine di molte scuole diverse, ciascuna con un proprio corpus di autorevoli testi (inni, trattati, commenti, regole…).

Gran parte dei monaci erano in origine di estrazione brahmanica; è inoltre sempre dal sapere brahmanico che derivano molte forme di meditazione. Sarà solo sotto la spinta dell’arrivo dell’Islam in India che le differenti scuole bauddha si raccoglieranno intorno al retaggio vedico più antico, per poter sopravvivere. Questo non toglie che molte correnti si fondassero sulla critica di importanti precetti della tradizione vedica quali, per esempio, il sacrificio animale.

 

Gli sramana : la corrente più moderna del Buddhismo Indiano

Questi indirizzi più “moderni” vanno sotto il nome di sramana, in opposizione all’ancestrale credo vedico professato dai bramini. Gli sramana predicavano differenti ricette di salvezza – i dharma – scoperte da personaggi di statura sovrumana – i Maestri .

Tutti i gesti, le parole, e addirittura i silenzi del Maestro, sono veicoli simbolici della verità trascendente che Lui ha potuto esperire direttamente. Questa impostazione spiega quindi non solo la nascita di molte differenti scuole all’interno dell’indirizzo bauddha, ma anche l’importanza che riveste, per ciascuna di esse, la figura del Fondatore.

La continua e prolifica contaminazione tra brahmana e sramana contribuì al fiorire di una riflessione etico-spirituale di altissimo livello: primo tra tutti i concetti nati in questo modo è quello del karma secondo il quale ogni individuò è destinato a rinascere perennemente, calato in un tempo ciclico articolato in una complessa struttura a forma di disco – simbolicamente rappresentata nei mandala.

 

Cosmogonia e concetto di Energia Vitale nel Buddhismo Indiano

Tra i diversi capostipiti e Maestri delle scuole, possiamo ricordare Kakuda Katyayana, che credeva che l’intero universo constasse di 4 elementi fondamentali – terra, aria, fuoco e acqua – cui ne aggiungeva un quinto detto jiva che potremmo tradurre come “energia vitale”.

Buddhismo Indiano - Energia vitale

Il concetto di Energia Vitale è presente in molte tradizioni spirituali: esso permea tutte le forme di vita , siano esse visibili o invisibili, collegandole tra loro e all’intero pianeta.

Per gli studenti di Pranic Energy Healing questo concetto di energia vitale non dovrebbe essere cosa ignota; così come, per coloro che hanno intrapreso gli studi esoterici, molti echi dovrebbe risvegliare la parola jiva.

In ogni modo il principio vitale veniva spigato da questo Maestro come qualcosa che sta tra gli atomi dei singoli elementi costituenti un corpo, che non può essere distrutto e pertanto è immortale.

Così spiegava:

“Quando una spada taglia una testa, essa in realtà passa negli interstizi tra gli elementi che compongono quel corpo, senza che per questo la vita sia distrutta”.

C’è poi un’altra scuola che ha ulteriormente elaborato questa concezione, producendo, tra l’altro, una letteratura ricchissima: il Mahavira. Secondo questa scuola il jiva è un principio cosciente, trasmigrante di corpo in corpo. Esso è formato da un numero costante di “atomi coscienti”. Si tratta di concetti molto presenti anche nella tradizione del nostro Maestro, Maha Atma Choa Kok Sui, e che possono essere facilmente rintracciati, per esempio, nella teoria dei tre semi permanenti spiegata nel corso Risveglia la Luce dentro di Te – parte II .

La scuola Mahavira sosteneva che negli interstizi di questa entità in sé stessa immortale, penetrano, in dipendenza dalle azioni – il karma – delle particelle materiali destituite di coscienza e di vita– ajiva-, che le conferiscono un colore – lesya – in grado si scurire o illuminare l’aura, e che è di grande aiuto per il veggente che voglia valutarne il grado di inquinamento.  Scopo principale della pratica ascetica è l’arresto dell’ingresso di queste particelle all’interno del jiva, ingresso favorito dalle passioni impure – i klesa – e dall’attività – yoga. Poi bisognerà liberarsi e purificarsi dalle particelle già accumulate.

Tra le diverse varietà di inattività la più importante è l’astenersi dal nuocere agli altri – ahimsa – seguono l’astensione dalla menzogna – satya – dal furto – asterya – la castità – brahmacarya – e il non attaccamento al possesso – aparigraha.

Tra gli epiteti per designare colui che riesca a praticare queste inattività c’è proprio quello di Arhat – degno.

 

Le Tre Gemme: Maestro, Insegnamenti e Sangha

Importante è inoltre in questa arcaica corrente bouddha la dottrina delle Tre Gemme, consistenti nel rispetto per il Maestro stesso, nei suoi Insegnamenti, e nel Sangha – ossia nella comunità di adepti che praticano gli Insegnamenti.

In particolare la parola sangha potrebbe essere tradotta come “ecclesia” nel senso di una comunità di discepoli che decidono di vivere insieme nell’osservanza dei precetti e degli insegnamenti.

La formula:

“Prendo rifugio nel Maestro, prendo rifugio negli Insegnamenti, prendo rifugio nel Sangha”

è peraltro quella utilizzata dagli aspiranti monaci per essere accettati nella comunità spirituale.

Esiste anche un bellissimo Mantra – Buddham Sharanam Gachchami -che esprime proprio questo concetto, e del quale inserisco un esempio di seguito e che potete trovare a questo link https://youtu.be/moT7-zQ4WRE.

 

 

Alla tradizione del Buddhismo Indiano appartiene una ricca raccolta di testi; inoltre è proprio all’interno del buddhismo indiano che nasceranno e prospereranno il Buddhismo Mahayana e più tardi il Buddismo Tantrico.

 

Canone dei testi del Buddhismo Indiano

I testi buddhisti più antichi sono chiamati Anga – o Membra – e raccolgono aneddoti di varia natura sulle gesta e sugli insegnamenti del Buddha. Essi comprendo:

  • i Sutra : narrazioni che riguardano il Buddha insegnante, con la tipica formula “Così da me è stato udito” che rimanda a una tradizione orale che dovrebbe pertanto risalire fino ai diretti discepoli del Maestro.
  • I Vibhanga : le regole che disciplinano la vita di monaci e monache all’interno dei templi.
  • I Geya  : testi da cantare, ossia una serie di Sutra in strofe, attribuiti anch’essi al Buddha
  • Il Vaiyakarana : o “spiegazione dettagliata”, che raccoglie testi di varia natura e commentari
  • Le Gatha : o strofe, anch’esse ascritte al Buddha.
  • Gli Udana : o “proferimenti”. Si tratta di strofe piuttosto oscure, accompagnate spesso da brevi sutra, attribuite al Maestro. Hanno una fortissima componente legata al meraviglioso.

 

Buddhismo Indiano - tattoo

In India tatuarsi i testi dei sutra e gli yantra – geometrie sacre – è abbastanza comune. Si tratta di una pratica  assimilabile alla preghiera: durante l’esecuzione del tatuaggio – piuttosto dolorosa in quanto eseguita a mano secondo la tradizione – i sutra possono venire anche recitati o cantati.

 

A questi testi ne vanno aggiunti altri, cronologicamente più recenti:

  • gli Itivuttaka : 112 sutra che si distinguono per l’incipit caratteristico “Così è stato detto dal Bahagavat”
  • i Jataka : le nascite anteriori del Buddha, in vesti sia umane che ferine. Si tratta di 550 narrazioni di carattere anche molto diverso tra loro. All’elemento fantastico si associa la favola animalistica e la novella edificante. Essendo molto amati dal popolo, di molti di questi racconti ci sono pervenute versioni diverse.
  • Lo Adbhutadharma : o “Darma meraviglioso”, raccolta di sutra dove ha molto spazio la narrazione di esseri divini, apparizioni prodigiose e miracoli.
  • I Vaidalya : o “Analisi/Spiegazioni” delle parole del Buddha.

 

Infine, al Canone ufficiale degli scritti buddhisti vanno aggiunti anche:

  • i Nidana : sul processo della rinascita.
  • Gli Avadana : o “Gesta” del Buddha e di altre personalità di spicco, narrate però incominciando dal loro incontro con il Buddha di un’epoca precedente.
  • Gli Upadesa : o “Insegnamenti”. Questi non furono proferiti direttamente dal Buddha, ma comunque ricoprono una certa importanza dal punto di vista dottrinale.

 

 

Liberamente tratto da M. Piantelli “Il Buddismo indiano” in Buddhismo – a cura di Giovanni Filoramo, Laterza editore, 2001

Sabrina

Laureata in filosofia del linguaggio ed esperta di formazione aziendale.
Mi piace leggere, approfondire, studiare e condividere la conoscenza.