Non deve sorprendere che nel pantheon Vajrayana – e quindi anche nel Buddhismo Tibetano – molte siano le divinità terrifiche, raffigurate in un aspetto irato o bestiale.

Questa caratteristica infatti, insieme allo spiccato e sempre presente interesse per la morte e gli aspetti più oscuri dell’esistenza, ben si inserisce all’interno della filosofia del Tantrayana.

 

Simbologia delle Divinità terrifiche del Buddhismo Tibetano: l’integrazione del negativo

Queste divinità terrifiche, mostruose e violente rappresentano, dal punto di vista psicologico,  stati di coscienza forti e ricchi di energia, ancorché normalmente considerati “negativi”: gli stati d’ira sono, per esempio, fortemente dinamici, e rappresentano un disequilibrio pericoloso ma anche fecondo, nel quale possono essere sviluppate e create nuove forze.

Non è un caso che queste deità siano quasi sempre raffigurate in preda a movimenti sfrenati o in azioni violente e bestiali. L’ira e la violenza esprimono proprio l’aspetto dinamico della saggezza:  l’adepto è invitato a lavorare su cose che normalmente si preferisce ignorare quali pulsioni, paure ed inibizioni, per poter sviluppare energie capaci di sciogliere proprio queste contaminazioni energetiche profonde.

All’interno delle pratiche tantriche in particolare, in termini simbolici, queste divinità terrifiche incarnano tutti gli ostacoli inconsci o non completamente consci che impediscono all’adepto di progredire nel suo percorso spirituale. Affinché il percorso spirituale possa essere completato, il discepolo, con coraggio ed onestà intellettuale, dovrà affrontare proprio le sue parti più oscure, riconoscendole come tali, senza fingere che non esistano.

Si tratta infatti comunque di Energie – e ricordo che anche la psicologia moderna occidentale ritiene che la sede delle energie psichiche più potenti sia proprio l’inconscio – Energie che, in quanto tali, se opportunamente utilizzate e trasformate, possono condurre a livelli superiori di consapevolezza e quindi anche a stati superiori di coscienza.

 

YidamGli Yidam

Anche gli Yidam sono divinità terrifiche che rappresentano alcuni aspetti dei Buddha Cosmici.

Tutti gli Yidam sono dunque rappresentazioni dell’illuminazione, di cui ciascuno incarna un aspetto particolare. Normalmente fanno capo alle cinque famiglie dei Buddha, e sono associati alle cinque passioni e alle cinque saggezze.

 

Queste figure vengono utilizzate espressamente per la meditazione: i praticanti meditano su di esse fino al punto di identificarvisi.

Aderendo completamente all’essenza della deità, che può essere scelta dal discepolo o espressamente indicata dal Maestro, l’adepto attua una trasmutazione di tipo divino, che gli consentirà di accedere a piani di realtà sempre più sottili ed elevati.

Questo tipo di meditazione dinamica si attua fondamentalmente in due fasi:

  1. nella prima – fase generativa – il praticante si identifica con la divinità, da lui visualizzata mentalmente
  2. nella seconda – fase di completamento – l’adepto, divenuto divinità, ne esperisce la vacuità.

In parole più semplici, viene dapprima indotto uno stato d’ira attraverso l’identificazione con una deità irata, che consente di attingere a grandi quantità d’energia, senza tuttavia rimanere attaccati all’oggetto o alla situazione che ha suscitato l’emozione, come avverrebbe invece nella realtà quotidiana.

L’adepto è in questo modo libero di sperimentare la potenza dell’energia, senza tuttavia subirla.

Il supporto per questa pratica è normalmente un’immagine – statua o dipinto – definita da numerosi particolari simbolici in grado di guidare il processo identificativo e meditativo.

 

I Protettori del Dharma

I Protettori del Dharma – Dharmapala – sono un gruppo molto numeroso di divinità terrifiche sia maschili che femminili venerate in particolare nel Buddhismo Tibetano.

Il loro scopo è proteggere sia gli insegnamenti segreti sia i praticanti, eliminando i nemici del Dharma e rimuovendo tutti gli ostacoli che possono presentarsi, siano essi fisici, psicologici o energetici.

Per questa loro funzione guerresca, tranne Vaisravana – Re e custode del Nord, associato anche alla ricchezza – hanno tutti un aspetto spaventoso e possiedono attributi ed ornamenti inquietanti. Nell’iconografia tibetana sono spesso rappresentati con folte chiome e ampie mandorle fiammeggianti, simboli dell’enorme energia dispiegata nella loro funzione protettiva.

Alcuni sono oggetto di culti particolari tanto che, normalmente, all’interno dei templi tibetani, c’è una sala – il gonkhang – dedicata proprio ad ospitare queste divinità protettrici; questi spazi sono generalmente inaccessibili ai non iniziati se non in occasione di specifiche cerimonie.

Il gruppo principale ne comprende otto, la maggior parte dei quali sono considerati “Protettori di Saggezza”  in quanto dirette emanazioni dei Buddha cosmici e dei bodhisattva superiori. Alcuni di esse sono anche degli Yidam.

Il più importante tra loro è senza dubbio Mahakala, il protettore spirituale più potente, non a caso venerato praticamente da tutti gli ordini.

Tra le altre deità terrifiche invece godono di particolare fama ed attenzione  Yama – il Giudice dei Morti – e Palden Lhamo – Protettrice del Dalai Lama.

 

Mahakala: il Protettore dei Maestri

Mahakala, “Grande Tempo” o “Grande Nero” è, come accennato, il Protettore più potente ed importante. Spesso è raffigurato come Protettore dei mahasidda – dei Maestri – e la sua statua in genere figura come divinità principale all’interno del gonkhang.

Mahakala, 1292, Tibet, pietra dipinta e dorata, h. 47 cm, Parigi, Musée Guimet

Mahakala, 1292, Tibet, pietra dipinta e dorata, h. 47 cm, Parigi, Musée Guimet

L’iconografia lo presenta carico di attributi ed oggetti simbolici, tutti legati al Buddhismo Vajrayana: il bastone posto orizzontalmente sulle braccia è un’arma magica che deriva dal bastone usato con il gong nei monasteri per chiamare a raccolta i monaci, mentre la coppa cranica – kapala – e il coltello a mezzaluna sormontato da un dorje – kartika – rappresenterebbero l’unione di saggezza – la coppa – e metodo – il coltello.

Nel Buddhismo Tibetano gli oggetti sacri sono molto numerosi e importanti: è opportuno ricordare infatti che si tratta di una tradizione spirituale caratterizzata da insegnamenti segreti, suscettibili di multipli livelli di interpretazione.

 

Yama: il Giudice dei Morti

Altra divinità irata particolarmente importante è Yama – Giudice dei morti e Signore del Sud – che stabilisce la rinascita appropriata per ciascuno in base ai suoi meriti e debiti karmici.

Presente anche nell’Induismo come Deva della Morte, viene citato per la prima volta nei Veda, dove viene ricordato per essere stato il primo uomo a morire, espiare e poi accedere alla dimora celeste; in virtù di questo primato gli venne attribuito il giudizio su tutti i defunti.

Yama, XVIII secolo, Tibet-Cina, arazzo di seta, h. 66 cm, Londra, British Museum

Yama, XVIII secolo, Tibet-Cina, arazzo di seta, h. 66 cm, Londra, British Museum

Nell’iconografia classica è raffigurato con una testa di bufalo, in pratyalidha sopra un bufalo che possiede sessualmente un uomo.

Impugna un bastone sormontato da un teschio, uno dei suoi attributi magici derivato dal tantrismo sivaita.

 

Palden Lhamo: Protettrice del Dalai Lama

Tra le divinità terrifiche un posto speciale è occupato da Paldem Lhamo, la principale Protettrice del Dalai Lama e della sede del Dalai Lamato, Lhasa.

E’ la forma buddhista della dea induista Kali.

In questa versione è raffigurata con tre occhi, le fauci da bestia, chioma e sopracciglia fiammeggianti e una corona di 5 teschi. Il corpo è di colore blu scuro, poiché la tradizione la vuole cosparsa di cenere raccolta dai crematori. In questa raffigurazione questa deità attraversa a dorso di mulo un mare di sangue: la gualdrappa è formata dalla pelle di un cadavere mentre le briglie sono serpenti.

Palden Lhamo, XIX secolo, Tibet, Thangka, Indianapolis Museum of Art

Palden Lhamo, XIX secolo, Tibet, Thangka, Indianapolis Museum of Art

 Il corredo, anche in questo caso, è costituito da molti oggetti magici altamente simbolici: i dadi per determinare il risultato karmico degli eventi, la borsa contenete le malattie per i nemici del Dharma, e una palla di fili colorati a rappresentare gli incantesimi con cui essa può legare i nemici.

 

 

Liberamente tratto da N. Celli, “Dizionari delle religioni – Buddhismo”, Mondadori Electa, 2006

Sabrina

Laureata in filosofia del linguaggio ed esperta di formazione aziendale.
Mi piace leggere, approfondire, studiare e condividere la conoscenza.