Titolo originale: Salikedara-Jataka, n.484

Un bramino facoltoso acquistò un grande appezzamento di terreno, lo fece recintare e seminare di riso. Accanto al campo fece costruire una capanna dove, nel periodo della maturazione del riso, mise un uomo perché facesse la guardia.

Proprio vicino a questo campo si trovava un bosco di alberi da seta, nel quale vivevano centinaia di pappagalli. Il figlio del loro Re era proprio il bodhisattva. Era un uccello forte e molto bello, con il corpo grande come il mozzo di una ruota da carro e l’anziano padre aveva abdicato in suo favore, cedendogli il dominio su tutti i pappagalli. Tutte le mattine i pappagalli sciamavano insieme alla ricerca di riso selvatico e di altre granaglie per sfamarsi e a sera facevano ritorno nel loro bosco. In questo modo vivevano insieme, soddisfatti e in armonia.

Quando venne il tempo della maturazione del riso, i pappagalli si accorsero del campo del bramino: mandarono dunque alcuni di loro in avanscoperta. Gli emissari si accorsero che quel riso era di qualità assai prelibata e tornarono indietro recando nel becco grosse spighe.

Il giorno successivo tutto lo stormo volò verso il campo per mangiare a sazietà. Il guardiano fece di tutto per scacciare gli uccelli, ma erano troppi e non ci fu nulla da fare. Fu così anche per i giorni successivi. Disperato, l’uomo corse ad avvertire il bramino: prese un pugno di chicchi, glieli mostrò e gli comunicò che il riso era maturato bene ma che uno stormo di pappagalli ne stava facendo una tale razzia che in poco tempo non ne sarebbe rimasto più nulla. Inoltre uno dei pappagalli, il più bello e grande di tutti, non si accontentava di mangiare a sazietà, ma era solito portarsi via nel becco diverse spighe tra le più belle. Si trattava naturalmente del bodhisattva, che recava cibo al vecchio padre, non più autosufficiente.

Il bramino, ascoltate le rimostranze dell’uomo, alla descrizione del pappagallo così forte e bello fu assalito da un fervente desiderio di possederlo: così incaricò il suo guardiano di catturarlo con un laccio.

Jataka I pappagalli e il campo di riso - bodhisattvaIl giorno successivo il guardiano approntò la trappola e attese l’arrivo dello stormo; il bodhisattva andò a beccare esattamente nello stesso posto in cui era stato il giorno precedente e quello prima ancora: la trappola scattò e lui finì stretto nel laccio.

Era già pronto a lanciare un grido d’allarme per mettere in guardia gli altri, quando pensò che sarebbe stato meglio attendere che tutti avessero mangiato a sufficienza: sapeva infatti che, una volta allarmati, sarebbero volati via tutti a pancia vuota. Così aspettò per un po’, poi emise un grido acuto e tutti, in preda al panico, volarono via abbandonandolo al suo destino.

 

Il bodhisattva pensò: “Che male avrò mai fatto per meritare di essere abbandonato da tutti i parenti e gli amici, senza che nessuno di loro si curi di me?”

Intanto era arrivato il guardiano, che ebbe cura di liberare con cautela il pappagallo dal laccio, gli legò delicatamente le zampe e lo portò al suo padrone.

Il bramino rimase incantato dalla bellezza dell’uccello: se lo pose in grembo e disse: “Ascolta, pappagallo, devi avere uno stomaco molto più grande di quello dei tuoi simili, visto che non ti accontenti di mangiare a sazietà, ma ti porti a casa anche quante più spighe sei in grado di trasportare. Ti sei fatto per caso, una dispensa da qualche parte? Non ti basta rubare il mio riso? Sei anche mio nemico?”

Allora il bodhisattva parlò:

“Non ti sono nemico,

né ho una dispensa.

Estinguo un debito e me ne accollo uno nuovo,

quando entro nel bosco di seta.

Lì raccolgo anche tesori;

sappi questo, o bramino”.

 

Il bramino pregò il pappagallo di spiegarsi meglio: “Che debiti ti accollli? E quali estingui? Io non riesco a capirti”.

“Vedi” rispose il bodhisattva “io ho figli ancora piccoli e non ancora in grado di volare. Un giorno saranno loro a dover nutrire me, dunque carico su di loro un debito. Ho però anche genitori ormai vecchi e deboli. Devo nutrire anche loro e, così facendo, estinguo un vecchio debito. Ci sono però anche altri uccelli nel bosco, anche a loro cedo qualcosa del mio cibo, e questo i saggi lo chiamano un tesoro”.

Udendo queste parole, il bramino disse, con voce gentile: “Sei veramente un pappagallo pieno di virtù, ne possiedi molte di più della maggioranza degli uomini. D’ora in poi tu e tutti i tuoi potrete mangiare tutto il riso che vorrete. Ti chiedo solo di venire a trovarmi di tanto in tanto, perché intrattenermi con te mi dà molto piacere e molta gioia!”

Detto ciò, liberò le zampe dal bodhisattva dal laccio, fece portare un grande vassoio con chicchi intrisi di miele e acqua zuccherata e servì personalmente il Re dei pappagalli. Il bodhisattva si intrattenne per un po’ con il generoso bramino, ma insistette per accettare solo una parte del campo. Poi lo ringraziò e tornò dai suoi genitori che, non vedendolo arrivare insieme agli altri, lo avevano ormai dato per disperso e si disperavano per lui.

“Asciugatevi le lacrime” disse il bodhisattva, offrendo loro le prelibatezze che aveva ricevuto dal bramino.

Piano piano arrivarono anche tutti gli altri pappagalli e si fecero raccontare l’avventura. Il bodhisattva lodò la generosità del bramino e ordinò ai suoi, d’ora in avanti, di limitare la ricerca del cibo a quella parte del campo che era stata loro donata.

Il bramino, dal canto suo, visse una vita virtuosa, prodigandosi in offerte ai poveri finché, in età ormai molto avanzata, non morì in pace della morte dei giusti.

 

Virtù associata: generosità e spirito di sacrificio

Questo jataka affronta un tema davvero centrale per il buddhismo: infatti la disponibilità a partecipare ai dispiaceri e alle sfortune di qualcuno, per alleggerirne il carico, è proprio ciò che trasforma la semplice virtù della compassione passiva, nella sua controparte più piena e luminosa, la generosità.

Lo spirito di sacrificio, nel senso di “disponibilità ad aiutare gli altri” è veramente ciò che è importante per la nostra crescita spirituale ed umana, al di là di tante parole vuote o presunte buone intenzioni non seguite poi da azioni concrete: nella tradizione buddhista è infatti solo e soltanto attraverso la generosità – economica, materiale ma anche di sentimenti – che si può guadagnare karma positivo per tutte le nostre prossime esistenze.

Infatti praticare la generosità attiva verso i meno fortunati è, secondo le stesse parole del Re dei pappagalli, come “accumulare un tesoro”.

Altre Jataka che parlano, tra le altre cose, di generosità e spirito di sacrificio sono La Regina regalata  e Il Re migliore ; quest’ultimo in particolare riassume in sé, in nuce, i fondamenti dell’intera etica buddhista.

 

Tratto da D. e G. Bandini, Quando Buddha non era ancora il Buddha, Feltrinelli, Milano, 2008.

 

Sabrina

Laureata in filosofia del linguaggio ed esperta di formazione aziendale.
Mi piace leggere, approfondire, studiare e condividere la conoscenza.