Titolo originale: Nacca-Jataka

 

In tempi remoti, i quadrupedi elessero il leone, e gli uccelli l’oca d’oro, come loro rispettivi re.

L’oca d’oro aveva una figlia bellissima e, quando la giovane raggiunse l’età da marito, il padre le concesse di scegliersi lo sposo.

Perché potesse guardarsi accuratamente intorno, fece chiamare a raduno tutti gli uccelli. Arrivarono in volo grandi e piccoli: colombe, aquile, pavoni, oche, sparvieri, passerotti e quaglie.

Quando non mancò più nessuno, il re chiamò sua figlia e le disse: “Mia cara, tutti gli uccelli sono qui riuniti. Ora scegli accuratamente tra loro il tuo sposo”.

Dopo averli guardati uno a uno attentamente, infine il suo sguardo si posò sul pavone, con il suo bellissimo piumaggio splendente dai colori scintillanti, e le piacque di gran lunga di più di tutti gli altri.

“Il pavone sarà il mio sposo” disse al padre.

Il re acconsentì e fece chiamare il pavone: “Sei piaciuto così tanto a mia figlia che vuole solo te per marito!”

Jataka Il pavone danzante - danza del pavoneIl pavone, gonfio d’orgoglio, pensò: “Questi non hanno nemmeno mai visto di cosa sono capace!” ; si spogliò dunque di ogni timidezza, alzò la coda, allargò le piume e cominciò a danzare per la contentezza.

 

Così facendo però mostrò il proprio deretano nudo, cosa che irritò moltissimo il re.

 

“A costui” pensò il sovrano “manca proprio qualsiasi senso del pudore, e in più è vanitoso. Non gli darò certo mia figlia!”

E davanti a tutti gli uccelli radunati pronunciò queste parole:

“Bello è il tuo canto, luccicante il tuo dorso,

blu come lapislazzuli il tuo collo;

una tesa intera misurano le tue ali.

Ma essendoti messo a ballare, non ti darò mia figlia!”

E detto ciò diede in sposa la sua prediletta a un’altra oca d’oro.

Il pavone, invece, umiliato e vergognoso, si eclissò nel bosco.

 

Virtù associata: umiltà

L’umiltà – quella vera, cioè quel sentimento intimo e delicato che caratterizza le anime trasparenti – è uno stato di grande consapevolezza di sé e di grande saggezza.

Chi è vanitoso, al contrario, non attinge le proprie certezze dentro di sé, ma cerca conferme dall’esterno: equipara il proprio modo di apparire con quello che è, e pensa “Se mi si ammira per la mia bellezza, la mia forza, la mia intelligenza, ecc… allora vuol dire che sono da ammirare”.

Proprio per questo la vanità ha radici in più di un difetto: nella stupidità, nella superficialità, nella falsità, nella mancanza di consapevolezza e nell’avidità.

Un altro jataka che esplora la virtù dell’umiltà – e i corrispettivi difetti di carattere della presunzione e vanità – è Lo sciacallo presuntuoso.

 

Tratto da D. e G. Bandini, Quando Buddha non era ancora il Buddha, Feltrinelli, Milano, 2008.

Sabrina

Laureata in filosofia del linguaggio ed esperta di formazione aziendale.
Mi piace leggere, approfondire, studiare e condividere la conoscenza.