Titolo originale: Sutana-Jataka, n.398

 

 

In una delle sue rinascite il bodhisattva venne al mondo come figlio di un pover’uomo e gli fu dato il nome Sutana. Dopo la morte del padre, divenuto adulto, sostentava con il suo lavoro sé stesso e la madre.

 

A quei tempi il re di Benares si dilettava nella caccia e prediligeva, in particolar modo, la carne di gazzella. Un giorno, mentre si trovava a caccia, snidò una bellissima gazzella che, trovatoselo di fronte, si gettò a terra fingendosi morta. Quando il re si avvicinò per assicurarsi che fosse morta, la gazzella balzò sulle zampe e, sorprendendo tutti, scappò nel folto del bosco. Il re, indispettito, le corse dietro, e solo dopo un lungo inseguimento riuscì ad ucciderla. Esausto per la caccia, decise di riposarsi con la sua preda, sotto un albero grande e vecchio.

In quell’albero però viveva un demone di nome Makhadeva, al quale il re degli dei Sakka aveva dato il permesso di divorare tutte le creature che si fossero sedute sotto al suo albero.

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Makhadeva gridò dunque al re “Fermo! Ti devo divorare!”

“Chi sei?” rispose il re

“Sono un demone e posso magiare chiunque si sieda sotto al mio albero”

Il re rifletté un poco.

“Aspetta”  disse “Perché vuoi mangiare solo oggi? Se mi risparmi la vita, posso far si che tu riceva ogni giorno qualcuno da divorare”

“Hm” rifletté il demone “hai ragione. Preferirei decisamente avere qualcuno da divorare ogni giorno.”

“Bene” sospirò il re risollevato “per oggi puoi avere questa gazzella. E da domani e per tutti i giorni a venire avrai un uomo e in aggiunta anche una ciotola di crema di riso”.

Il demone fu d’accordo. Ma aggiunse minaccioso: “Attento, non saltare neppure un giorno e mantieni la parola data, altrimenti verrò direttamente a divorare te”.

Il re rispose, punto nell’orgoglio “Sono il re di Benares, e ciò che prometto, mantengo.”

Di ritorno a Benares, il re si consultò con il suo ministro sul da farsi.

“Non hai dato nessun limite temporale al demone per i sacrifici umani?” chiese quest’ultimo.

“No”  ammise il re.

“Non è stato molto saggio da parte tua” osservò il ministro “Ma non preoccuparti” aggiunse “le prigioni sono piene: dovremmo cavarcela per un po’ “.

Così, per un po’ di tempo, ogni giorno un prigioniero veniva mandato, con una ciotola di riso, dal demone, che divorava entrambi. E le prigioni si svuotarono.

“Adesso cosa facciamo?” chiese il re al ministro.

elefante

“Maestà” rispose il ministro “l’avidità per i soldi è spesso più forte della voglia di vivere: caricheremo un elefante d’oro e lo condurremo per le strade al suono di tamburi. Faremo sapere che tutti quei soldi andranno a chi sarà disponibile a portare la ciotola di crema di riso al demone”.

Il re fu d’accordo e l’indomani i servi portarono l’elefante carico d’oro in giro per le strade della città.

Vedendolo e udendo la richiesta, il bodhisattva pensò che quel denaro gli avrebbe fatto molto comodo.

“Anche se il demone mi divorerà” pensò “a mia madre andranno così tanti soldi che non dovrà più preoccuparsi per il resto della vita”. Quindi si offrì volontario per l’indomani. Tornato a casa, quella sera, raccontò la cosa alla madre che lo scongiurò, con le lacrime agli occhi, di rinunciare. Ma il bodhisattva fu irremovibile.

Sutana dunque si recò dal re, avanzando un’unica richiesta: che i soldi fossero consegnati in anticipo alla madre. Quindi consolò la madre disperata:

“Vedrai”  le disse “che riuscirò a sconfiggere il demone e a salvare così la vita di molte persone. Tornerò e rivedrò il tuo volto sorridente”.

L’indomani, prima di recarsi nel bosco dove viveva il demone, chiese al re di prestargli le sue scarpe dorate.

“A che ti servono?” chiese il re stupito.

“Mi risulta che il demone abbia il permesso di divorare coloro che calcano la terra sotto al suo albero. Se però indosso le scarpe, la pianta dei miei piedi non toccherà la terra.”

Il re annuì e gli consegnò le sue scarpe.

“Ora, mio signore, avrei bisogno anche del tuo parasole”

“E perché mai?” chiese il re sempre più stranito.

“Grande re, il demone può divorare solo coloro che trovano riparo all’ombra del suo albero. Io conto di restare invece all’ombra del tuo parasole. In questo modo non avrà alcun potere su di me.”

Ancora una volta il desiderio venne esaudito.

“Infine c’è un’altra cosa. Mi servirebbe anche la tua spada”

Il re pensava ormai di indovinare i pensieri di Sutana. “Perché anche la spada?” chiese comunque.

“Perché i demoni temono coloro che impugnano un’arma di ferro”.

Infine Sutana chiese anche che, al posto della normale crema di riso nella comune ciotola, gli venisse data la crema che veniva preparata appositamente per il re, e in una preziosa ciotola d’oro.

Ottenuto tutto ciò che aveva chiesto si accomiatò dal sovrano e si addentrò nel bosco.

Sutana

Arrivato in prossimità dell’albero in cui viveva Makhadeva, si infilò le scarpe dorate, si allacciò in vita la spada, aprì il parasole e prese la ciotola d’oro. Poi cominciò ad avvicinarsi.

Appena lo vide, Makhadeva, pensò subito che in quell’uomo ci fosse qualcosa di veramente speciale, qualcosa di diverso da tutti coloro che lo avevano preceduto. Il bodhisattva raggiunse l’albero. Stava attento a rimanere sotto l’ombra del suo parasole e con la punta della spada spinse semplicemente la ciotola con la crema di riso ai piedi dell’albero. Poi disse: “O Makhadeva, se abiti qui, esci: c’è una ciotola di deliziosa crema di riso che ti manda il re”.

Il demone replicò: “Vieni qui pure tu fanciullo, insieme alla crema di riso, perché ho il permesso di divorare anche te”.

Il bodhisattva, senza muoversi di un passo, rispose: “O demone, sii saggio. D’ora in poi non riceverai più in pasto esseri umani, e se divorerai il re, allora non riceverai più nulla di nulla. Se invece sarai giudizioso e risparmierai il re, allora potrai avere tutti i giorni una ciotola di prelibata crema di riso come questa”

“Per un piccolo vantaggio

Ti vuoi privare di uno più grande:

gli uomini che temono la morte

mai più ti porteranno il tuo pasto”.

Il demone convenne che il bodhisattva aveva ragione, così alla fine borbottò: “E va bene, puoi far sapere al re che accetto. Tu invece, vai in pace.”

Ma il bodhisattva non era ancora soddisfatto:

“Makhadeva, tu hai ucciso e vissuto a lungo del sangue e della carne di esseri innocenti: è arrivato il momento che tu la smetta con tutto ciò e che cominci una vita virtuosa. Io ti aiuterò, e ti troverò una casa in città. Sii saggio e ragionevole: abbandona il tuo albero e vieni con me”.

A quelle parole il demone si convertì e seguì Sutana a Benares.

Quando il re li vide arrivare insieme e comprese che il demone desiderava cambiare vita, gli fece assegnare una bella dimora e si occupò di assicurargli pasti gustosi ogni giorno.

Inoltre nominò il bodhisattva suo condottiero generale e tenne il suo salvatore in grande onore finché, dopo una lunga vita, non morì in pace.

 

Virtù associata: Giudizio

Per giudizio qui si intende la capacità di riconoscere un proprio comportamento come errato, mettendosi in questo modo nella condizione di cogliere opportunità migliori. Tutti meritano una seconda opportunità, anche chi sembra senza speranza. Se il desiderio di cambiare è sincero, un aiuto compassionevole ed intelligente, più che una posizione di scontro aperto, può contribuire a realizzare qualcosa che, precedentemente, era ritenuta irrealizzabile.

La capacità di giudizio non porta automaticamente al miglioramento, ma certamente ne è un presupposto imprescindibile.

 

Tratto da D. e G. Bandini, Quando Buddha non era ancora il Buddha, Feltrinelli, Milano, 2008.

Sabrina

Laureata in filosofia del linguaggio ed esperta di formazione aziendale.
Mi piace leggere, approfondire, studiare e condividere la conoscenza.