Titolo originale: Nangalisa-Jataka, n.123

 

Una volta ancora il bodhisattva rinacque come figlio di un bramino. Divenne insegnante e istruì oltre 500 giovani bramini.

Uno dei suoi allievi, però, era pigro e non particolarmente sveglio. Non ricordava nulla di quello che gli veniva detto e studiava davvero molto male. Però serviva il bodhisattva con dedizione ed eseguiva di buon grado qualunque lavoro, ancorché umile, gli venisse assegnato.

Una sera, mentre si trovava già a letto, il bodhisattva disse al ragazzo: “Mio caro, puntella il letto in modo tale che non balli più: fatto questo potrai andare”.

Ma visto che l’allievo non riuscì a trovare nulla con cui puntellare la gamba del letto, la appoggiò sul proprio piede e così rimase, immobile, per tutta la notte.

Quando all’indomani il bodhisattva si svegliò, vide il ragazzo accovacciato ai piedi del letto e, appreso da lui stesso il motivo, si disse tra sé: “Che dedizione! Ma perché mai deve essere così lento nel pensare? E’ un vero peccato! Come posso cambiarlo?”  Gli venne allora in mente un metodo che forse avrebbe potuto funzionare.

“Quando va a prendere l’acqua o la legna”  pensò “al suo ritorno gli chiederò che cosa ha visto strada facendo e lui dovrà rispondere con un paragone. Se è costretto a cercare continuamente paragoni, chissà che non sviluppi, un giorno, anche la sua intelligenza!”

Detto, fatto. Il bodhisattva mandò il discepolo nella foresta a raccogliere legna, ammonendolo di stare attento a quello che avrebbe visto strada facendo, in modo da poterglielo successivamente descrivere con un paragone. Il ragazzo acconsentì e si diresse verso il bosco.

Al suo ritorno spiegò orgoglioso al suo maestro di aver visto un serpente.

“E che aspetto aveva?”  chiese il bodhisattva

“Sembrava un timone!”  spiegò il ragazzo.

Il bodhisattva si ritenne soddisfatto della risposta e lodò il ragazzo, perché, in effetti, un serpente somiglia molto a un timone.

Il giorno successivo il ragazzo vide un elefante. Quando fu di ritorno il bodhisattva gli chiese a cosa potesse paragonare l’elefante. “A un timone!”  rispose ancora il ragazzo.

“Bhe”  pensò il bodhisattva “per certi versi ha ragione: la proboscide e le zanne possono ricordare la forma di un timone”. Ma non disse nulla.

Un giorno al ragazzo venne regalata della canna da zucchero: la sera lo raccontò all’insegnante.

“E che cosa ti ha ricordato la canna da zucchero?”  chiese speranzoso il bodhisattva.

“Un timone!”  fu ancora una volta la risposta.

“Ma questo proprio non c’entra nulla!”  pensò il bodhisattva. Ma ancora una volta rimase in silenzio.

Infine capitò che il ragazzo bevve del latte e del siero, e alla sera, come di consueto, raccontò il fatto al maestro.

jataka Il Timone

“Cosa ti ricordano latte e siero?”  chiese pazientemente il bodhisattva.

“Un timone!”  Rispose il ragazzo imperterrito.

Allora il bodhisattva pensò: “Quando paragonò il serpente a un timone, aveva ragione. Anche quando mise in relazione l’elefante con questo strumento non aveva torto, viste la proboscide e le zanne. Ma la canna da zucchero non somiglia per niente a un timone, e tantomeno il latte e il siero, che semplicemente prendono la forma dell’oggetto che li contiene. Purtroppo, non c’è proprio verso di insegnare qualcosa a questo ottuso!”

Il Buddha concluse quindi la storia con la seguente strofa:

“Una parola, utilizzabile solo in un certo contesto,

lo stolto la usa senza alcun discernimento.

Non conosceva né aratro, né siero,

perché il siero pensava fosse l’albero dell’aratro”.

 

Virtù associata: Intelligenza

Ciò che viene evidenziato relativamente all’intelligenza di tipo concreto nel jataka Somadatta che aveva sempre la risposta pronta, qui viene declinato in un contesto spirituale.

Dice il Buddha: “Così come il cucchiaio non può percepire il sapore della minestra, lo stolto non può comprendere e onorare gli insegnamenti del saggio”.

Solo chi è intelligente può comprendere veramente la via che porta alla liberazione dalla sofferenza.

In questo jataka, come in tutti, è presente più di un tema di riflessione: a me balza agli occhi, in particolare come, nonostante tutte le  sue buone intenzioni, l’Insegnante non sia riuscito a cambiare una situazione che, evidentemente, non poteva essere cambiata. Nonostante l’impegno fosse lodevole, le cose sono quello che sono: praticare una buona dose di non-attaccamento, e cercare di adattarci al meglio a una determinata situazione, spesso è l’unica cosa saggia da fare.

Il non-attaccamento è anche la virtù alla base del jataka La tartaruga sentimentale.

 

Tratto da D. e G. Bandini, Quando Buddha non era ancora il Buddha, Feltrinelli, Milano, 2008.

Sabrina

Laureata in filosofia del linguaggio ed esperta di formazione aziendale.
Mi piace leggere, approfondire, studiare e condividere la conoscenza.