Titolo originale: Kalabahu-Jataka, n.329

In una delle sue rinascite il bodhisattva si reincarnò in un maestoso e bellissimo pappagallo di nome Radha. Aveva anche un fratello minore, che si chiamava Potthapada.

Un giorno un cacciatore li catturò entrambi e, visto il loro meraviglioso piumaggio, li portò al Re di Benares. Questi si compiacque molto degli uccelli: fece costruire per loro una gabbia dorata, e tutti i giorni faceva portare loro, su un vassoio d’oro, semi intinti nel miele e acqua zuccherata.

Dopo qualche tempo accadde che un boscaiolo regalò al Re una scimmia nera di nome Kalabahu. Non possedendo ancora nulla di simile, l’animale aveva per il Re un’attrattiva particolare, a differenza dei pappagalli che invece ormai il Re conosceva bene. Affascinato dalla novità il sovrano cominciò a occuparsi molto di più della scimmia, trascurando Radha e Potthapada.

Mentre in bodhisattva non se ne preoccupò, suo fratello, al contrario, si irritò molto della preferenza accordata alla scimmia:

“Fratello”  ripeteva continuamente “prima ci davano quegli squisiti dolcetti, ora invece li riceve solo quel disgustoso animale. Scappiamo e torniamo nel bosco”.

Radha allora scuoteva la testa e rispondeva:

“Onore e disonore, fama e vergogna,

rimprovero e lode, felicità e disgrazia

con gli uomini mutano continuamente;

stai tranquillo e attento, fratello mio.”

 

Potthapada, dubbioso, rispondeva: “Tu sei saggio Radha e sai vedere nel futuro. Ma perché mai il Re dovrebbe scacciare quello stupido animale che tanto lo diverte?”

“Semplice”  rispose sorridendo il bodhisattva “muove le orecchie, fa le boccacce, e le sue urla spaventano i giovani principi: Kalabahu provvederà da sé a far si che non la si voglia più qui”.

E quel che aveva predetto al fratello invidioso, puntualmente, si verificò: la scimmia cominciò a fare la scimmia, emettendo stridule urla, facendo boccacce e muovendo le orecchie, tanto che i piccoli principi ne furono molto spaventati e scoppiarono in un pianto a dirotto.

Quando il Re, chiestane la ragione, apprese che la colpa era della scimmia, la fece portare via seduta stante.

Da quel momento i bellissimi – e silenziosi – pappagalli ricominciarono a essere considerati e riveriti proprio come prima.

 

Virtù associata: pazienza

Pazienza è la capacità di saper attendere con calma e chiarezza il verificarsi di un evento desiderato. In questo senso può essere considerata la sorella passiva della perseveranza. E’ una virtù che è opportuno sviluppare quando l’evento in questione è qualcosa che non possiamo ottenere con la forza, e che non è in nostro potere far accadere, in quanto indipendente dalla nostra volontà.

La pazienza è “l’arte della prospettiva”: è quella forza spirituale che ci permette di accettare con animo sereno una situazione sgradevole se non possiamo in alcun modo cambiarla. E’ diversa dalla rassegnazione: è infatti anche la capacità di percepire le situazioni in modo completo e corretto, senza lasciarsi trasportare da stati d’animo negativi.

Prima o poi la reale natura delle cose finisce per rivelarsi: basta saper aspettare con saggezza e fiducia. Quando pensiamo di aver subito una prepotenza o di essere stati trattati in modo ingiusto, bisognerebbe ricordare le parole del Buddha: “Solo tre cose non possono rimanere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità”.

In questa novella fa capolino anche il tema dell’ impermanenza di tutte le cose: qualunque condizione umana è mutevole. Il saggio conosce questa verità e, se non può agire in nessun altro modo, aspetta con fiducia che le condizioni cambino. Un altro jataka che parla, tra le altre cose, dell’impermanenza del reale, e quindi dell’importanza del non-attaccamento a qualunque condizione esterna è La tartaruga sentimentale.

 

Tratto da D. e G. Bandini, Quando Buddha non era ancora il Buddha, Feltrinelli, Milano, 2008.

 

Sabrina

Laureata in filosofia del linguaggio ed esperta di formazione aziendale.
Mi piace leggere, approfondire, studiare e condividere la conoscenza.