L’ utilizzo di un mala, cioè di un rosario, per l’esecuzione delle pratiche di meditazione o preghiera, è molto diffuso sia nell’ induismo che nel buddismo. Molti testi antichi contengono precise prescrizioni su come questo vada assemblato, utilizzato e distrutto. Non si tratta di mere note tecniche: invece è più una serie di procedimenti rituali che coinvolgono personalmente il proprietario-utilizzatore del mala.

Come costruire un mala

I grani del rosario sono spesso definiti mani o “gioielli” nonostante siano tradizionalmente fatti con materiali poveri: semi di rudraksa (considerati i migliori, bacche dell’albero di Shiva), di mirabolano o di giuggiolo.

Nel caso di mala in pietra, le pietre preziose e il corallo si associano a lunga vita, salute, ricchezza e felicità, e possono essere usate per tutti i riti, mentre il cristallo – che curiosamente non è il materiale più prezioso, è associato a purezza d’intenzione e chiarezza di pensiero – ed è indicato per i riti che conducono alla liberazione spirituale.

Riguardo all’impiego di metalli, esso dipende dallo scopo per cui il mala verrà utilizzato: oro per ottenere ricchezza, bellezza e prosperità, rame per la potenza del pensiero, piombo o ottone per controllare i demoni ed operare negli inferi. In particolare il piombo è indicato per i riti inferiori o malevoli, come la magia nera o la stregoneria.

I grani, siano essi semi o pietre, devono comunque essere tutti dello stesso materiale e delle stessa grandezza; prima di essere utilizzati devono essere lavati in acqua profumata e purificati con particolari mantra. Anche il cordino – sutra – ottenuto intrecciando tra loro tre fili di cotone o canapa – va purificato nello stesso modo. Una volta che i 108 grani siano stati tutti infilati, le due estremità devono essere annodate tra loro, e aggiunto un grano addizionale sul nodo: questo grano – il Monte Meru – segna il limite di ogni recitazione del rosario.

Raffinato mala in semi di raktu

Raffinato mala in semi di raktu e pietre semipreziose

Il mala così preparato deve essere, a questo punto, unto con pasta di sandalo e riposto in un recipiente puro, dove subirà una seconda purificazione. Durante questo periodo, il proprietario del mala dovrà onorarlo recitando l’ aksasutramantra, il “mantra del rosario” che non è il mantra da recitare con l’aiuto del mala, ma il mantra del mala, la formula che incarna la sua essenza, una formula di lode al rosario considerato un gioiello divino, che protegge il suo proprietario concedendogli la sovranità sui tre mondi. Alcune tradizioni raccomandano, in aggiunta, di “caricare” il mala, immaginandolo inondato da una pioggia di scintille di energia divina.

Infine la tradizione raccomanda di cambiare regolarmente il cordino del mala, quando esso appaia consumato o deteriorato: è infatti di cattivissimo auspicio che il mala si rompa nelle mani del suo proprietario durante l’esecuzione dei mantra Anche lo scioglimento del mala va fatto seguendo indicazioni rituali precise.

Dal primo momento in cui si costruisce il mala, al momento in cui si decide di disfarlo e rifarlo, esso è oggetto costante di complesse operazioni rituali: tutta questa attenzione e devozione non deve stupire in quanto, nella cultura hindu, esso è il mezzo principale per attivare il potere dei Mantra, in un universo culturale – quello hindu appunto e quello tantrico in particolare – in cui “tutto si fa con le parole”.

da Mantra Tantrici – Studi sul mantrasastra di André Padoux

Ubaldini Editore, Roma, 2011